Un semplice
incidente
Iran, oggi. Una famiglia sta tornando verso casa e durante il tragitto la macchina finisce in panne. Nell’officina dove viene portata in riparazione uno dei meccanici si accorge che il conducente, il padre di famiglia, ha qualcosa di sospetto: il rumore della sua camminata, il cigolio di una protesi agli arti inferiori, gli ricorda qualcosa del suo passato. Nato dall’esperienza di Panahi in carcere, il film segna una svolta nello stile del regista, più libero e capace di fondere momenti quasi umoristici nella struttura drammatica. “Un film che è una dolorosa e sincera riflessione su come la società civile dovrebbe o potrebbe reagire di fronte alla violenza del regime” (Paolo Mereghetti).
Palma d’oro a Cannes 2025.
Intervista a Jafar Panahi
Cosa è successo nella tua vita dopo il film del 2022 Gli Orsi non esistono?
Sono entrato in una nuova fase come regista. Dal mio primo film Il palloncino bianco, nel 1995, fino a Offside, mi ero concentrato sulle problematiche che incontravo in quanto regista. Ovviamente c’erano già delle pressioni, ma io mi concentravo sulla ricerca di soluzioni ai problemi che riguardavano la regia dei miei film. Poi, dopo essere stato arrestato la prima volta nel 2010, mi è stato vietato di viaggiare o di girare film e la mia attenzione si è spostata sulla mia situazione personale. Prima l’obbiettivo della mia telecamera era puntato verso l’esterno, ma da quel momento si è rivolto verso l’interno, verso ciò che stavo vivendo, e questo si vede chiaramente nei film che ho realizzato, da In film nist a Gli orsi non esistono. Ora che le restrizioni che mi erano state imposte sono state revocate, ho sentito il bisogno di guardare di nuovo verso l’esterno ma di farlo in modo diverso, sulla scorta di tutto ciò che ho vissuto, compresa la seconda condanna che mi ha riportato in carcere dal luglio 2022 al febbraio 2023. Quindi oggi l’obbiettivo della telecamera è di nuovo rivolto verso l’esterno, ma con un punto di vista diverso rispetto a prima.
Diresti che le due condanne che ti hanno portato in carcere hanno segnato l’evoluzione del tuo lavoro?
Sì, ma in modo diverso. La prima volta che sono stato incarcerato, ho passato 15 giorni in isolamento e poi sono stato trasferito in una cella dove c’erano solo altre due o tre persone. Non vedevo quasi mai nessuno. Invece la seconda volta ero circondato da molti altri detenuti, persone provenienti da contesti molto diversi. Ho avuto lunghe conversazioni e scambi con loro durante i sette mesi che ho passato in prigione. Quando mi hanno rilasciato dopo lo sciopero della fame, mi sentivo disorientato. Non sapevo come vivere fuori dal carcere. Ero combattuto tra il sollievo di essere libero e l’attaccamento a coloro che avevo lasciato. E quella tensione è rimasta con me. Ancora non riesco a liberarmene.
Quando dici che le restrizioni sono state revocate, è ufficiale?
Sì, la sentenza che mi vietava di girare film, scrivere, rilasciare interviste e viaggiare è stata ufficialmente annullata. Ma nella pratica continuo a muovermi ai margini: ad esempio, non avrebbe senso sottoporre la sceneggiatura di questo film all’approvazione delle autorità, quindi non ho altra scelta che continuare a lavorare al di fuori del sistema.
Diresti che Un semplice incidente è il risultato diretto dalla tua seconda incarcerazione?
Assolutamente sì. Fin dall’inizio, i miei film hanno sempre affrontato ciò che accade nella società e nel mio ambiente circostante. Quindi, naturalmente, trascorrere sette mesi nel contesto molto specifico di una prigione non poteva che trovare spazio nel mio cinema. Quando sono stato arrestato la prima volta, nel 2010, durante l’interrogatorio mi hanno chiesto: “Perché fai questo tipo di film?”. Ho risposto che i miei film si basano sulla mia esperienza personale della realtà. E quindi, in qualche forma, anche cioè che stavo vivendo in quel preciso momento sarebbe inevitabilmente apparso in un film. È successo anche in Taxi Teheran, in particolare la conversazione con l’avvocato Nasrin Sotoudeh. Ma la seconda esperienza in carcere mi ha segnato in maniera ancora più profonda. Quando sono uscito, sentivo il dovere di fare un film per le persone che avevo incontrato dietro le sbarre. Glielo dovevo. E anche se quello che racconto si basa sulla mia esperienza personale, ciò che ho vissuto io non si discosta affatto da ciò che stava accadendo nella società iraniana in senso più ampio, in particolare con la rivoluzione “Donna, Vita, Libertà” iniziata nell’autunno del 2022. Molte cose sono cambiate in quel periodo.
Come si trasforma un’esperienza del genere in un film, in particolare in questo film?
L’idea iniziale ha preso forma rapidamente: mi sono chiesto cosa sarebbe successo se una delle persone che avevo incontrato in prigione fosse stata rilasciata e si fosse trovata faccia a faccia con l’aguzzino che l’aveva torturata e umiliata. Questa domanda ha dato il via a un processo di scrittura con due amici sceneggiatori, Nader Saeivar e Shadmehr Rastin. Abbiamo iniziato a delineare possibili sviluppi, ma ho capito subito che ciò che contava di più era l’autenticità delle storie sulla vita in prigione e i diversi modi in cui potevano essere raccontate. Ho coinvolto una persona che ha trascorso molto tempo in prigione e che purtroppo ci è tornata: Mehdi Mahmoudian. Mi ha aiutato con i dialoghi, attingendo a ciò che accade realmente in carcere e a come le persone ne parlano in modo diverso una volta uscite.
Diresti che personaggi come Vahid, Shiva, Hamid, ecc. rappresentano qualcuno in particolare?
Sono personaggi di fantasia, ma le storie che raccontano sono basate su eventi reali vissuti da detenuti reali. Anche la diversità di questi personaggi e le loro reazioni sono reali. Alcuni diventano molto violenti e sono animati dal desiderio di vendetta. Altri cercano di prendere le distanze da quello che è successo e pensano più a lungo termine. Alcuni erano altamente politicizzati o lo sono diventati. Altri non lo erano affatto e sono stati arrestati quasi per caso, come succede a Vahid, il personaggio principale: era un lavoratore che ha semplicemente chiesto di essere pagato. Il regime non fa distinzioni tra queste persone. Ciascuno degli altri personaggi rappresenta uno dei tanti gruppi di opposizione organizzati in modo più o meno strutturato. Questi gruppi spesso si scontrano, anche dietro le sbarre. Sono tutti d’accordo nell’opporsi al regime, ma oltre a questo… Dalla morte di Mahsa Amini e dall’ascesa di Donna, Vita, Libertà, il rifiuto nei confronti del regime si è diffuso molto. Spesso le persone non sanno con cosa sostituirlo. Oggi lo si vede chiaramente: ad esempio, molte donne ora appaiono in pubblico senza l’hijab. Questo tipo di disobbedienza civile di massa era impensabile solo pochi anni fa. Ma le scene del film, girate per strada con attrici senza velo, riflettono la realtà odierna. Sono le donne iraniane ad aver imposto questa trasformazione.
Questa volta hai potuto girare alla luce del sole o hai dovuto farlo di nuovo di nascosto, come per i tuoi film precedenti?
Dato che non ho richiesto i permessi ufficiali, che comunque non avrei ottenuto, ho dovuto ricorrere agli stessi metodi clandestini che avevo utilizzato per i film precedenti. Poco prima di concludere le riprese, sono arrivati degli agenti in borghese che mi hanno chiesto di consegnare loro tutto il materiale che avevo girato. Mi sono rifiutato. Hanno continuato a fare pressione minacciando di arrestare la troupe e di interrompere la produzione. Alla fine hanno rinunciato. Abbiamo sospeso tutto per un po’ e poi abbiamo ripreso a girare. Non è successo nient’altro.
È importante sapere dove è ambientato il film, in quale città o regione è stato girato?
No. È stato girato a Teheran e dintorni semplicemente perché era la soluzione più pratica. Ma potrebbe essere ambientato ovunque.
Chi sono gli attori?
Vahid Mobasseri, l’attore che interpreta Vahid, è azero [la regione nord-occidentale del paese da cui proviene Panahi e dove è ambientato un suo film precedentel. Lavora perl’emittente televisiva locale di Tabriz e in precedenza ha interpretato l’uomo che mi ha affittato una stanza in Gli orsi non esistono. Quando non recita lavora come taxista. Maryam Afshari, che interpreta Shiva, non è un’attrice, ma un arbitro di karate. Hadis Pakbaten, che interpreta la sposa, è un’attrice teatrale. Lo sposo, Majid, è mio nipote e ha recitato anche in Taxi Teheran. Mohamad Ali Elyasmehr, che interpreta Hamid, è sia falegname che studente di teatro. Salar, l’uomo anziano nella libreria, è interpretato da Georges Hashemzadeh, attore e regista. L’unico attore cinematografico professionista è Ebrahim Azizi, che interpreta Eghbal, ma lavora solo in film al di fuori del sistema e rifiuta di partecipare a produzioni approvate dalla censura.
C’è stato qualcosa di improvvisato?
No, era tutto scritto fin dall’inizio. Quando ho scelto gli attori, ho invitato ciascuno di loro a casa mia, ho dato loro la sceneggiatura e ho chiesto se erano disposti a partecipare a un progetto potenzialmente rischioso. Una volta stabilita la fiducia reciproca con ciascuno di loro, abbiamo lavorato sulla base di quell’impegno condiviso.
Stilisticamente Un semplice incidente è molto diverso dai tuoi film precedenti. Hai pianificato in anticipo le tue scelte come regista o hai deciso come procedere durante le riprese?
Inizialmente volevo seguire uno stile convenzionale, con riprese chiare e pulite incentrate sull’azione. Ma durante le riprese ho sentito che la regia doveva essere più espressiva. Man mano che i personaggi si incontravano e si avvicinavano, volevo che ci fosse più libertà nell’inquadratura e nella durata delle riprese. L’idea era che, nonostante i conflitti, sarebbero finiti tutti nella stessa inquadratura. Mi sono anche chiesto come riprendere Eghbal e se mostrarlo con proporzioni di scala diverse. Ho fatto in modo che fosse sempre da solo nell’inquadratura, che non apparisse mai insieme agli altri fino alla fine, quando si rende conto di ciò che ha fatto e allora condivide l’inquadratura con Shiva.
I film iraniani che criticano apertamente il regime di solito omettono i nomi del cast e della troupe dai titoli di coda. Ma questa volta no.
Se qualcuno avesse chiesto di omettere il proprio nome, l’avrei fatto. Ma tutti hanno voluto che il loro nome comparisse. E la maggior parte di loro verrà con me a Cannes.
Quindi andrai a Cannes. Ma non c’è il rischio che poi non potrai più tornare in Iran?
Non ci ho nemmeno pensato. Non potrei vivere altrove. Molti miei connazionali sono emigrati, chi per scelta, chi perché è stato costretto a farlo. Ma io non posso. Non ne ho il coraggio! Non sono in grado di vivere fuori dall’Iran. Vedremo cosa succederà. In ogni caso, questo film andava realizzato. Ora l’ho fatto e ne accetterò le conseguenze.