1. Diciamo intanto alcune cose abbastanza note.

La parola ai giurati (Twelve Angry Men, USA 1957), prima regia cinematografica film di Sidney Lumet, ebreo americano attivo fino a quel momento soprattutto in produzioni per la televisione, è un film quasi didattico, una specie di lezione di educazione civica. È una parabola sul senso della giustizia, sui principi che regolano il sistema giudiziario di un paese civile: anche se il film racconta una storia molto verosimile, la trama non si basa su una vicenda reale ma su una situazione di finzione, costruita in modo da permettere di analizzare le dinamiche del confronto tra opinioni e personalità in uno spazio-tempo limitato e di trasmettere un messaggio, un insegnamento.

Per questo:

  • i protagonisti non hanno nome (salvo due eccezioni): sono anonimi perché sono costruzioni psicologiche e sociologiche emblematiche di componenti diverse della società americana in modo da costituirne un campione rappresentativo: di ciascuno all’inizio non sappiamo niente e veniamo a conoscere il carattere e qualche dato della biografia solo nello sviluppo della vicenda, attraverso i dialoghi;
  • la sceneggiatura è tratta da un testo di tipo teatrale¹ ed affidata allo stesso drammaturgo (Reginald Rose, scrittore per la tv non particolarmente noto al di là di quest’opera); ha naturalmente un peso determinante nella costruzione del film, che consiste soprattutto in dialoghi e confronti drammatici;
  • il rilievo delle interazioni personali e, appunto, dei dialoghi rende molto rilevante anche la prestazione degli attori tra i quali l’unica vera star è Henry Fonda, che spesso ha rappresentato con volto e persona il quiet american, il cittadino onesto e responsabile, cui a volte vengono affidati incarichi di rilievo, e che qui si propone come icona fondamentale di questo tipo di personaggio; gli altri sono tutti sotto-divi, attori importanti ma in genere non protagonisti, che nel tempo abbiamo visto in molte produzioni, come Martin Balsam (giurato 1), Jack Warden (7), Lee J. Cobb (3), Ed Begley (10) Robert Webber (12) Jack Klugman (5) E.G. Marshall (4) e che qui danno concretezza e realtà ai tipi sociologici costruiti dal testo;
  • non si tratta di un film processuale classico: non vediamo il dibattimento in aula e gli avvocati non compaiono neanche; narrativamente la cosa viene giustificata dal giurato 8 che osserva che il difensore era un avvocato d’ufficio, poco interessato al caso, che ha assolto il suo compito svogliatamente e senza scrupolo; questo permette di dare luogo a una specie di revisione del processo da parte dei giurati che ne ripercorrono alcune fasi e si interrogano sul significato di quello che è accaduto in aula.

2. Tratta da un testo (quasi) teatrale, la sceneggiatura propone – come succede in questi casi – una sfida al regista offrendo l’esempio di come un limite “esterno” (l’unità di spazio e tempo) spinga a cercare “intensivamente” soluzioni di regia ricorrendo a variazioni di inquadrature, movimento e montaggio. Per questo la camera cambia spesso posizione e le inquadrature sono studiate in modo da evidenziare e chiarire le dinamiche del gruppo, stringendo su singoli, coppie o piccoli gruppi di personaggi nel momento in cui gli sviluppi del confronto ne evidenziano i caratteri, gli aspetti della storia personale e le posizioni (e la loro evoluzione) o allargando a tutto il gruppo (o quasi) nei passaggi in cui avvengono svolte di respiro generale nella situazione.

Tre esempi:

  1. L’incipit del film propone un movimento ascendente della camera dalla base delle colonne verso il frontone della facciata dell’edificio neoclassico che presenta un’iscrizione, un motto solenne. Siamo in un tempio il cui stesso aspetto ci trasmette un senso di rispetto per la sacralità dell’istituzione, che fa da premessa al messaggio civile che il film intende trasmettere. Uno stacco di montaggio ci porta all’interno (monumentale quanto l’esterno) dove la camera scende dalla cupola verso il basso e ci fa vedere diverse persone incrociarsi anonime nell’atrio del palazzo. Il nesso già ci propone l’idea di come la maestà della legge, nella sua generalità di principio, si applica alle situazioni particolari dei singoli, nei quali infatti subito dopo ci imbattiamo da vicino in un modo che ci permette di considerare la loro individualità. Infatti un uomo passa davanti alla camera, che lo segue per circa 10 secondi, poi lo abbandona seguendo per 3-4 secondi un altro uomo che esce dall’ascensore, per passare a un terzo che esce da una porta e raggiunge un gruppo di persone con cui – pare – si felicita per la conclusione di un processo, e quindi arrivare alla stanza (numerata col 228) dove si svolge l’udienza che veramente ci interessa e dove la camera sosta davanti alla porta, facendoci capire che quello che accadrà lì dentro è l’argomento della storia e l’oggetto della nostra attenzione. Questa breve sequenza introduttiva dura solo 1 minuto e questi tre personaggi poi verranno del tutto abbandonati ma – non sapendolo – quando li vediamo ci interessiamo di loro per un istante perché l’inquadratura li mette in rilievo per poco facendoci immaginare per ciascuno una vicenda e un’individualità compiute e dotate di dignità quanto quella che stiamo per considerare. È già una piccola lezione di democrazia la cui semplicità la rende adatta al grande pubblico. Come se si dicesse: “Caro cittadino-spettatore, potremmo raccontarti diverse storie, perché ciascuna sarebbe umana e degna di interesse e ci metterebbe di fronte a questioni morali vitali e rilevanti. Ne scegliamo una proprio perchè ci pare emblematica e il suo significato si riflette su tutte le altre e ci dà insegnamenti importanti sul senso generale del rispetto, dell’uguaglianza e della giustizia”.
  2. Quando, nel corso della discussione, uno dei giurati cambia opinione per primo sulla colpevolezza o meno dell’imputato, lo fa in una votazione segreta, dopo la quale gli altri si chiedono chi abbia “tradito”. In quel momento la camera inquadra dapprima 4-5 giurati in piedi, con al centro, seduto, il giurato 9. È lui che ha cambiato idea, ma noi ancora non lo sappiamo. Poi la camera stacca e mostra un confronto in cui il giurato 3, che è — diciamo — il più radicale e aggressivo, accusa il 5 di essere il “traditore”. Prima i due sono inquadrati assieme ad altri, poi la camera si avvicina e stringe su di loro, quindi un primo piano solo sul giurato 3 in collera (con due brevi stacchi su Fonda, il giurato 8, attento al confronto). A questo punto interviene la voce fuori campo del giurato 9 che, inquadrato in primissimo piano, contraddice la sua iniziale apparente passività e remissività e rivendica apertamente la propria decisione, per poi spiegare con convinzione le proprie ragioni in un’inquadratura quasi simmetrica alla precedente, presa da un punto di vista più o meno opposto, in cui lui è in piedi mentre parla e gli altri lo ascoltano con attenzione da seduti.
  3. Nella sezione conclusiva del film, in due diversi momenti, due giurati, il n. 3 e il n. 10, manifestano la loro opinione in modo tale da mettere in luce i propri sentimenti profondi. Nel primo caso quella che si rivela è un’aggressività naturale straordinaria, quasi una sete originaria di violenza e vendetta a prescindere dalle ragioni; nel secondo caso invece si mette in luce un pregiudizio sociale cieco nei confronti di chi si trova in posizione marginale. In entrambi i casi la regia evidenzia l’isolamento dei due giurati, di fronte alle motivazioni dei quali gli altri si ritraggono ed esprimono un senso di rifiuto attraverso i movimenti, evidenziati dalla posizione della camera.

    La tirata furiosa del giurato 3  è ripresa dal punto di vista degli altri giurati, divisi in due gruppi al centro dei quali si vede più in fondo il giurato 3 che dà sfogo alla sua rabbia. Il montaggio la evidenzia con un primissimo piano, a cui si contrappone subito il primissimo piano del giurato 8 che gli dà del sadico, provocandone la reazione violenta, quindi — dopo l’ingresso della guardia richiamata dal clamore — il gruppo dei giurati (gli esseri umani) viene ripreso in una visione d’insieme, dalla quale viene però appunto escluso chi si è appena rivelato disumano, che infatti passa davanti alla camera ed esce dall’inquadratura, mentre tutti degli altri restano a guardarlo con desolazione (è l’inquadratura della foto di copertina di questo articolo). Diversamente, la predica antisociale a cui il giurato 10 si abbandona dopo una delle ultime votazioni, è ripresa prima mostrando in campo medio l’uomo che parla con foga, poi indietreggiando fino a un’inquadratura (quasi) fissa in campo lungo (della durata di un paio di minuti) che mostra come tutti i giurati, inizialmente seduti attorno al tavolo, mentre lui parla si alzino uno alla volta dandogli le spalle e manifestando così il loro rifiuto.

3. La parola ai giurati è un film che funziona sempre e fa bene alla salute: chi non l’ha visto è certamente il caso che lo veda. L’ho usato spesso a scuola, specie in passato, proprio per ragionare — ovviamente — su temi di educazione civica, e ho in mente alcuni studenti che ricordavano che il mio primo incontro con loro, in ore di supplenza, al biennio, prima che diventassi il loro prof., era avvenuto proprio attraverso questo film. Forse, se avessi dovuto scegliere a mio gusto un classico per una proiezione estiva avrei preferito qualcos’altro ma, se guardiamo ai tempi che corrono, la scelta di questo film è perfettamente sensata e opportuna proprio sul piano politico e civile. Mi spiego partendo dal personaggio di uno dei giurati, il n. 11, interpretato da un attore tra i meno noti del gruppo, George Voskovec, di origine cecoslovacca, a cui viene naturalmente affidato il compito di rappresentare il neoamericano, il cittadino immigrato che, proprio per questo, considera con grande rispetto, quasi con reverenza, le istituzioni politiche e giudiziarie del paese di cui ora fa parte, mostrando un senso civico superiore a quello di chi la cittadinanza l’ha sempre avuta e tende a darla per scontata con i diritti e i doveri che ne conseguono. La domanda — in tempi (i nostri) di discussione aperta proprio sulle questioni della cittadinanza — è naturalmente: quanto ce n’è in giro oggi di senso civico (o, più sostanzialmente, di senso di umanità)? Di fronte all’aggressività cieca o al razzismo sociale dei giurati 3 e 10, che abbiamo descritto sopra, quanti oggi manifesterebbero il senso di repulsione e rifiuto che provano gli uomini del 1956, per quanto tutti abbastanza angry?

Ci sono in generale, due giustificazioni teoriche di massima del conservatorismo ideologico. La prima è quella classica, che comprendo, anche se non mi trova molto d’accordo, cioè quella secondo cui, per gestire le dinamiche della società ci vogliono competenze che non tutti hanno, per cui il potere va dato a un’élite della quale il popolo al massimo può avere il potere-dovere di controllare le mosse votando ogni tanto o rendendo esplicite approvazioni e disapprovazioni: al bar, in rete o in altro modo. Il problema è la seconda, di cui oggi ci troviamo di fronte esempi evidenti e disgraziatamente collocati in importanti posizioni di potere: quella per cui chi possiede un fattore di forza è legittimato a usarlo senza scrupoli contro chi non ne possiede o contro chi, anche possedendone, si fa degli stupidi scrupoli e non ne fa uso per massimizzare il proprio vantaggio. Chi si preoccupa degli altri (dei deboli, dei diritti, dell’ambiente…) è semplicemente un fesso, che è giusto e ragionevole venga sottomesso e reso marginale dalla potenza di chi è in grado di rendere il mondo un campo di lotte in cui non ci sono regole se non la logica della forza.

Uno scrittore inglese contemporaneo, Jonathan Coe, da decenni analizza nei suoi romanzi questa tendenza di un versante della politica contemporanea a sacralizzare l’egoismo sociale, la spietatezza e il cinismo, scegliendo l’epoca della Thatcher come punto di svolta. Coe legge nel nostro presente un’espansione di questa corrente della mentalità capace di ingombrare una parte rilevante del nostro orizzonte storico e di mettere in minoranza l’idea originaria che lo stato debba essere al di sopra della forza degli individui e usare la propria forza istituzionale per spingerli (o costringerli) a mediare.

Questa seconda concezione del rapporto tra élite e popolo è oggi (per disgrazia e paradosso) straordinariamente popolare, giustificata da vari operatori dell’informazione e condivisa da parecchia gente, forse per la ragione nota che il popolo di adesso preferisce essere guidato da qualcuno che gli somiglia e non — come accadeva una volta, anche solo ai tempi della DC e del PCI — da qualcuno che, in quanto migliore, sia però diverso. E di fronte all’affermazione di questa tendenza forse l‘unico atteggiamento veramente sensato è proprio quello del giurato n. 8, Henry Fonda, il signor Davis (il cui nome si scopre — quasi unico — nel finale), che affronta gli alfieri del dis-rispetto con tutto il rispetto, la pazienza e la pacatezza di cui è capace, senza disprezzarli proprio perché lui umano lo è sul serio e completamente, e provando, a colpi di ragionevolezza, a convincerli che la civiltà non ha davanti altra strada che quella della civiltà, cioè della comprensione, della mediazione e della prudenza. Magari a volte ci sembra impossibile che ce la si possa fare, di questi tempi. Ma altrimenti?


Annotazioni

(1) Twelve angry men è stato proposto per la prima volta nel 1954 come episodio di una serie Tv della rete CBS, ma negli anni, oltre al cinema, è stato adattato spesso per rappresentazioni teatrali.

(2) Fonda era stato il giovane avvocato Abramo Lincoln in Alba di gloria di John Ford (Young mr. Lincoln, USA 1939), l’eroe onesto e altruista Tom Joad in Furore, sempre di Ford (Grapes of Wrath, USA 1940), il semplice cittadino innocente scambiato per un criminale in Il ladro, di Alfred Hitchcock (The Wrong Man, USA 1952), ma sarebbe stato poi anche il politico integro e idealista, rispettivamente segretario di stato e presidente degli USA, in Tempesta su Washington di Otto Preminger (Advise and Consent, USA 1962) e in A prova di errore dello stesso Lumet  (Fail Safe USA 1964).

(3) È la sede del Tribunale della contea di NY, edificio neoclassico costruito ai primi del ‘900.

(4) Citiamo come esempi uno dei primi romanzi di Coe, La famiglia Winshaw (What a Carve Up! – 1995 -, pubblicato negli USA col titolo The Winshaw Legacy)e il più recente, La prova della mia innocenza (The Proof of My Innocence – 2024). Tutti i romanzi di Coe sono tradotti in italiano da Feltrinelli.

(5) Un noto sedicente giornalista (che non nomino), spesso invitato in dibattiti e programmi di informazione a dare il suo illuminato contributo, presenta un suo recente libro (che non nomino) con lo slogan “L’egoismo è il motore del mondo. Senza l’egoismo per la propria famiglia, senza l’egoismo per i propri interessi economici, senza l’egoismo che ogni giorno pratichiamo, non ci sarebbero sviluppo e progresso. Diffidate dei buoni samaritani che dicono di agire per il bene comune. Sono spesso degli impostori”.