Billy Wilder si è sposato due volte. Solo due volte. Poche, ho sempre pensato, per essere un regista di Hollywood. Dopo il primo matrimonio, durato sette anni ma del quale lui dice che era già finito dopo due o tre, la moglie importante è stata ovviamente la seconda, Audrey Young, conosciuta sul set di un film dove lei, cantante, faceva la parte di una guardarobiera. Lui dice che si è innamorato di lei vedendo entrare nel campo della macchina da presa il suo braccio che porgeva un cappello a Ray Milland in Lost Weekend (Giorni perduti, 1945). Si è innamorato del braccio, dice.

In realtà è passato qualche anno prima che si conoscessero meglio. In quel periodo lei doveva andare in tournée con un’orchestra. È partita, ma dopo qualche giorno lo ha chiamato chiedendogli 200 dollari per tornare indietro, e lui glieli ha mandati. Dopo meno di due mesi erano sposati e lo sono rimasti. Era il 1949(1). Sono rimasti insieme per 53 anni, fino a quando lui è morto, nel 2002. Lei era nata nel 1922, tra di loro c’erano 16 anni di differenza. Lei è morta nel giugno 2012 a Los Angeles.

Lui dice che è stato un grande amore, che dopo cinque anni era ancora innamorato come il primo giorno, che lei era “perfetta all’80%”. Mi fa sempre un po’ di impressione quando qualcuno dice queste cose, specialmente se è uno come lui, straordinario per intelligenza e senso dell’umorismo. Si ha la tentazione di crederci e insieme il dubbio che queste dichiarazioni pubbliche nascondano sacche più o meno grandi di sofferenze e infelicità, che non sono mai da una parte sola. Ma non si sa.

Difficile dire se possa essere una verifica seria ma, se si guarda quello che lui racconta dell’amore nei suoi film, vengono da pensare parecchie cose. Prendo quattro tra i più famosi e tra i miei preferiti, limitandomi alle commedie in cui il lieto fine è obbligato e, anche dati i tempi, sono banditi l’amarezza e il cinismo, almeno in forma troppo esplicita e definitiva e in dosi eccessive: si tratta di Sabrina (Sabrina, 1954), L’appartamento (The Apartment, 1960), Uno, due, tre! (One, Two, Three!, 1961), e Baciami stupido (Kiss Me, Stupid, 1964). In tutti e quattro i casi c’è l’amore di mezzo, anche se non sempre è proprio il tema centrale. In tutti e quattro i casi la sopravvivenza dell’amore è il risultato di una dura lotta contro circostanze avverse di calibro differente.

Non entro nel merito della trama, non solo per non rovinare un eventuale tentativo di vedere i film, ma anche perchè non è necessario. Mi basta dire che comunque, perchè l’amore resista e rimanga vivo, i protagonisti, uomini e donne, sono sempre costretti a trasformazioni impegnative, a compromessi che toccano in profondità l’immagine che avevano di sé, con una contorsione esistenziale che minaccia di spezzarli ma di fronte alla quale si rendono elastici abbastanza da lasciarsi piegare senza morire. E la nuova forma, alla quale si adattano, alla fine si rivela una possibilità di vita che apre prospettive prima certamente insospettate, ma che diventano praticabili dopo che si è stati costretti (o portati) dalla situazione ad accettare proprio quello che prima si credeva insopportabile per ragioni profonde, dopo aver attraversato una specie di piccolo inferno passando per il quale ci si sente cambiati nella sostanza.

E quando ci si guarda indietro, dopo che se ne è usciti, quell’inferno non sembra poi così spaventoso alla luce della vita che si ha e dell’amore che si gode. Anche se a un certo punto della storia si pensa di aver toccato qualche fondo irrimediabile di meschinità o umiliazione, poi invece il rimedio si trova e la vita riaffiora e l’amore, ammaccato, malconcio, ma tutto sommato quasi intero, sta lì e cammina, senza trionfare ma anche senza portarsi dietro, sembra, rimpianti pesanti abbastanza da schiacciarlo un po’ alla volta.

Dunque si può passare oltre. Dimenticare, diciamo. C.C. Baxter, il protagonista di L’appartamento, spiega a miss Kubelik, che ancora non lo ama, come si è sparato al ginocchio tentando di suicidarsi per amore: era in macchina al parco e cercava il coraggio di farla finita. Ma era in divieto di sosta e, quando si è avvicinato un agente, ha cercato di nascondere la pistola sotto la gamba e gli è partito un colpo. Il ginocchio ci ha messo un anno a guarire – spiega – ma la ragazza l’ha dimenticata in tre settimane. A parte la torta di frutta che lei, per senso di colpa o per ricordo o per altro, gli manda tutti gli anni a Natale. E, visto che c’è, lui allora propone a miss Kubelik di dividerla con lui. Una torta di frutta: tanto basta.

Più che Almodovar, che mette in scena volentieri amori estremi, andandosi a cercare le ipotesi su cui lavorare tra le forme più curiose e impensabili di marginalità umana, a me qui viene in mente Jacques Audiard, regista francese cattivo ma onesto, che concede poco ma a me sembra davvero capace di toccare il nucleo pietrificato della nostra incapacità di voler bene, combinando coppie del tutto improbabili, fatte di elementi che si direbbero del tutto inadatti a comunicare l’uno con l’altra, tra i quali però, senza intenzione, anche qui con il concorso di forze cosmiche e/o pulsioni insopprimibili, si stabilisce qualcosa di potente e apparentemente solido.

Così si materializzano in modo inatteso amori dalla consistenza minerale, come quello tra l’impiegata sorda e l’ex-carcerato affidato ai servizi sociali di Sulle mie labbra (Sur mes lèvres, 2001), quello tra il picchiatore da sgomberi immobiliari e la pianista cinese che parla solo cinese di Tutti i battiti del mio cuore (De battre mon coeur s’est arreté, 2005), quello tra l’addestratrice di orche mutilata e il campione di uno strano, brutale e illegale genere di lotta in Un sapore di ruggine e ossa (De rouille et d’os, 2012) (2). In mezzo alla solitudine e alla violenza spunta come un fungo questo sentimento irragionevole e tenace: “Non riattaccare. Ti amo”.

La vita è davvero sporca, nel senso che non è mai davvero pulita. Il lavoro, l’amicizia, naturalmente l’amore: non sono cose che si possano aprire e chiudere senza sbavature, senza lasciare residui, con tutto chiarito e senza niente di incompiuto. “Non si può essere maniaci dell’igiene – sembra che ti vengano a dire questi qui – altrimenti non vivi”.

Abbastanza ovvio, tutto sommato, come però è ovvio anche che non c’è un livello di sporcizia e di compromesso che si può considerare a priori accettabile. E che anche se si passa sopra a tutto lo sporco del passato dicendo che è passato e che la vita comincia adesso che ci amiamo, dato che ci amiamo, è proprio per questo che d’ora in poi cercheremo di tenere pulito. Quindi, d’ora in poi, quanto sporco riusciremo ad sopportare che ci sia tra di noi che ci amiamo?

Io non so preparare torte di frutta e non saprei se consigliare di imparare a farlo. Mi piace molto quest’idea incoraggiante che l’amore vero ti permette di passare sopra a tante cose anche brutte restando vero e sopravvivendo miracolosamente. Ma poi io non so cosa succede davvero; non so come vanno a finire queste storie dopo la fine del film.

Billy Wilder e Audrey Young
Billy Wilder e Audrey Young

P.S. Aggiungo che anche sul piano politico potrei definirmi tranquillamente un “wilderiano” ortodosso: “L’appartamento” per me è sempre stato anche un punto di riferimento ideologico. È la parabola del mite C.C. Baxter (Jack Lemmon, meraviglioso americano medio) che vive una condizione umana assimilabile a quella di molti di noi.

Il capitalismo industriale avanzato gli ha assegnato un ruolo del tutto marginale impiegandolo in una grande compagnia e gli ha messo dentro quel po’ di normale ambizione che lo spinge a cercare di fare carriera, non solo lavorando con scrupolo e diligenza ma anche facendo qualche favore sottobanco ai dirigenti dell’azienda, tipo prestare loro il suo bivano al piano rialzato per portarci delle signorine più o meno disinvolte.

Ma Baxter, che è un essere umano, ha anche – come si diceva sopra – dei sentimenti veri, con i quali la sua piccola ambizione entra in conflitto quando scopre che uno dei suoi grandi capi (Fred Mc Murray) porta nel suo appartamento proprio la ragazza di cui è innamorato, l’ascensorista Miss Kubelik (Shirley McLaine con un taglio corto delizioso). Un apologo sulla durezza con cui l’economia di mercato tende quasi fatalmente non a valorizzare ma a schiacciare l’individuo, messa in scena da uno per il quale il comunismo sovietico era una barzelletta triste e grottesca (vedi il suo: “Uno, due, tre!”). E insieme una storia d’amore sottilmente commovente, che, per quanto disseminata delle mille inquietudini che riflettono le nostre, lascia aperta la speranza che, appunto, in amore, sia possibile vincere senza usare mai la forza.

(1) Quasi tutti i dati sono ricavati da Conversazioni con Billy Wilder, la lunga bellissima intervista-libro fotografico fatta a Wilder dal regista Cameron Crowe nel 1998, pubblicata nel ’99 e uscita in Italia presso Adelphi nel 2002
(2) A questo breve elenco degli amori incredibili inventati da Audiard va aggiunto quello e quello tra i due profughi cingalesi accoppiati per forza nell’inferno delle migrazioni del nostro tempo in Dheepan (2015)

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