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	<title>billy wilder &#8211; Circolo Cinematografico Enrico Pizzuti</title>
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	<description>Il cinema d&#039;autore a Oderzo dal 1986</description>
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	<title>billy wilder &#8211; Circolo Cinematografico Enrico Pizzuti</title>
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		<title>L’Occidente è una trottola. Uno, due, tre!: i minimi sistemi di Billy Wilder</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sandro Battel]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Jul 2022 08:03:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il film Uno, due, tre! verrà proiettato all&#8217;aperto venerdì 8 luglio 2022 alle 21.00 nel giardino del Cinema Turroni. Vai alla pagina dell&#8217;evento “La società non esiste, esistono solo gli individui”. La frase è di Margaret Thatcher (pare), ma forse anche Billy Wilder avrebbe potuto trovarsi d’accordo, visto che è molto difficile trovare nei suoi [&#8230;]]]></description>
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<p class="wp-block-paragraph">Il film <strong>Uno, due, tre!</strong> verrà proiettato all&#8217;aperto venerdì 8 luglio 2022 alle 21.00 nel giardino del Cinema Turroni. <a href="https://www.enricopizzuti.it/proiezioni/uno-due-tre/" data-type="proiezioni" data-id="15000">Vai alla pagina dell&#8217;evento</a></p>



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<p class="wp-block-paragraph">“La società non esiste, esistono solo gli individui”. La frase è di Margaret Thatcher (pare), ma forse anche <strong>Billy Wilder</strong> avrebbe potuto trovarsi d’accordo, visto che è molto difficile trovare nei suoi film &#8211; dalle commedie ai drammi &#8211; personaggi le cui azioni non siano motivate solo o soprattutto dall’interesse personale o da qualche profondissima passione-ossessione. Ma quasi certamente quello che per la lady di ferro inglese, ultraliberale e paladina dei ricchi e della società competitiva, è stato uno slogan di combattimento, era invece per Wilder una constatazione piuttosto amara, anche se indiscutibile. La politica non è certo un tema centrale nella produzione del regista euro-americano, ma si può dire che quasi tutte le vicende umane che ci ha proposto nel corso della sua lunga attività si svolgano sullo sfondo di una realtà in cui è chiaro che la compassione e la solidarietà non sono la regola. Quindi: il capitale e il mercato sono quasi un’ovvietà da dare per scontata. Ma non per questo sono il sistema adatto a rendere l’uomo felice, anzi.</p>



<span id="more-15068"></span>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>“Uno, due, tre!”</strong> è stato girato in un momento storico straordinario, cioè pochi mesi prima che il governo della Germania comunista mettesse in atto la decisione di costruire il muro di Berlino, uno dei simboli della guerra fredda e insieme uno dei luoghi critici della storia di tutto il ‘900, una linea lungo la quale i due massimi sistemi della politica si sono a lungo confrontati con intensità producendo quasi sempre attrito e frizione. Wilder colloca proprio su questo margine problematico una vicenda¹&nbsp;da cui, al di là della sua apparenza farsesca, riesce a ricavare una straordinaria sintesi in termini di interpretazione storica: in uno stesso luogo geografico il mondo del capitale e del mercato si incrocia da un lato con i residui di uno dei più spietati e sanguinari regimi di ogni epoca, fortunatamente decaduto, dall’altro con un sistema non molto diverso quanto a capacità di opprimere e sterminare, ma nel pieno – o quasi – della sua fortuna. Apparentemente il confronto è risolto in modo sbrigativo: la disumana e cieca rigidità del nazismo non suscita nessun rimpianto, né si può provare attrazione per l’idiozia violenta congenita al comunismo, che non si può ritrarre se non facendone la caricatura. Ma questo non vuol dire che il capitalismo sia un prato fiorito.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1023" height="796" src="https://www.enricopizzuti.it/wp-content/uploads/2022/07/uno-due-tre-billy-wilder-russki-go-home.jpg" alt="" class="wp-image-15071" srcset="https://www.enricopizzuti.it/wp-content/uploads/2022/07/uno-due-tre-billy-wilder-russki-go-home.jpg 1023w, https://www.enricopizzuti.it/wp-content/uploads/2022/07/uno-due-tre-billy-wilder-russki-go-home-500x389.jpg 500w, https://www.enricopizzuti.it/wp-content/uploads/2022/07/uno-due-tre-billy-wilder-russki-go-home-300x233.jpg 300w, https://www.enricopizzuti.it/wp-content/uploads/2022/07/uno-due-tre-billy-wilder-russki-go-home-768x598.jpg 768w" sizes="(max-width: 1023px) 100vw, 1023px" /><figcaption>Un&#8217;immagine dal film <em>Uno, due, tre!</em> di Billy Wilder</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti il bieco realismo calcolatore e senza scrupoli, che permette all’aggressivo C.R.²&nbsp;McNamara, dirigente – non a caso – della Coca-cola, di stare a galla sopra gli altri nel mare tempestoso dell’economia, da un lato sembra far parte della sua natura come una seconda pelle, ma dall’altro lo rende un individuo per diversi aspetti odioso. Il fatto che in apparenza se ne freghi, dall’alto della sua ricchezza e autorità, non lo rende in realtà meno solo e insopportabile, specialmente alle persone che gli sono affettivamente più vicine, e non aiuta certo a sfrondare il sottobosco di opportunismo che gli sta intorno e che condiziona tutti i suoi rapporti umani.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La felicità? Non si vede. Forse non c’è: né per chi comanda né per chi si piega e obbedisce in modo da tirare avanti. O comunque non si può chiederla alla politica, il che attenua in modo decisivo i pregi che comunque l’Occidente liberale conserva rispetto ai totalitarismi. È davvero faticoso vivere la tensione di un mondo in cui è normale che il progresso non abbia realmente ridotto il peso e la drammaticità della lotta per sopravvivere: il complesso produttivo e commerciale preme sugli individui con una forza smisurata alla quale essi non possono resistere e che quindi trasforma la loro esistenza nel profondo. Ma non nei lenti e graduali tempi darwiniani dell’evoluzione: la spietatezza del sistema occidentale richiede di essere pronti a rinunciare, immediatamente (<em>Uno, due, tre!</em>) e volentieri, senza disperdere energie in inutili piagnistei, a qualsiasi&nbsp;<em>self</em>, anche agli aspetti della propria identità che un momento prima si consideravano irrinunciabili.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Occidente è una trottola, una giostra, per star bene sulla quale bisogna essere in grado di vivere in una dimensione di eterna adolescenza, conservando l’età mentale di una quattordicenne, come fa Rossella/Scarlett Hazeltine, un’autentica&nbsp;<em>woo girl</em>&nbsp;ante litteram, l’unica ad accogliere ognuna delle molte piccole e grandi sorprese che si accavallano nella trama della vicenda con un urletto entusiasta come di fronte a una novità della moda. Per gli adulti, invece, come McNamara e come noi oggi, la vita è più dura. Perché è vero che il mondo è molto cambiato, che non ci sono più le grandi ideologie &#8211; con il loro carico minaccioso di guerra potenziale &#8211; rispetto alle quali il genio del Billy Wilder sceneggiatore (con Ira Diamond) riesce a trovare quasi sempre la leggerezza e l’equilibrio di chi ha i tempi comici sulla punta della dita, facendoci ridere di cose spaventose. Ma è anche vero non solo che le cose spaventose e le guerre anche oggi non ce le facciamo mancare, ma soprattutto che continuiamo a stare tutti sulla vecchia trottola, aggiornata dalla tecnologia che la fa correre molto più velocemente e vorticosamente rispetto a quei sessant’anni fa.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="1200" height="786" src="https://www.enricopizzuti.it/wp-content/uploads/2022/07/billy-wilder-berlino.jpg" alt="Billy Wilder a Berlino con i protagonisti di &quot;Uno, due, tre!&quot;" class="wp-image-15073" srcset="https://www.enricopizzuti.it/wp-content/uploads/2022/07/billy-wilder-berlino.jpg 1200w, https://www.enricopizzuti.it/wp-content/uploads/2022/07/billy-wilder-berlino-500x328.jpg 500w, https://www.enricopizzuti.it/wp-content/uploads/2022/07/billy-wilder-berlino-300x197.jpg 300w, https://www.enricopizzuti.it/wp-content/uploads/2022/07/billy-wilder-berlino-768x503.jpg 768w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /><figcaption>Berlino: Billy Wilder (a sinistra) con i protagonisti di <em>&#8220;Uno, due, tre!&#8221;</em></figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Infatti, possiamo negare che anche a noi, che abbiamo più di 14 anni, le orbite di questo mondo di oggi – dopotutto non così diverso da quello di ieri – fanno girare parecchio la testa? Ebbene, (ri)vedere questo film ci fa capire meglio come è cominciata la faccenda, come funziona il meccanismo. E magari ci fa pensare che alcune delle cose spaventose che succedono oggi si spieghino proprio così: quando alla gente gira molto la testa, può succedere che, per cercare (presumibilmente invano) di rallentare o fermare il movimento, qualcuno provi a ricorrere ad arnesi ideali ancora più vecchi e scaduti rispetto alle grandi e terribili ideologie, ma comunque pericolosi, capaci – come purtroppo vediamo guardandoci attorno – di seminare in giro parecchio dolore e povertà.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di fronte a problemi di questo tipo (storici, geopolitici, sociologici…) e di queste proporzioni Billy Wilder si ferma sempre un passo indietro. La sua dimensione resta quella dell’individuo, la prospettiva del suo sguardo sulle cose resta quella dei minimi sistemi, delle strategie di sopravvivenza da inventare nel quotidiano. A lui, tutto sommato, la trottola non dispiace completamente, è un gioco antico e forse un po’ infantile ma sempre divertente. Non sappiamo se oggi sarebbe in grado di abituarsi anche alla nostra velocità o se rimarrebbe stordito dai nostri tempi di trasmissione e spostamento, ma immagino che avrebbe qualche mossa da suggerirci per migliorare il nostro adattamento al mondo. O almeno riuscirebbe a trovare il modo di divertirci anche in questi anni, in cui spesso possiamo avere l’impressione che da ridere non ci sia gran che.&nbsp;</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><em>¹ Il soggetto è tratto da un testo teatrale scritto negli anni ‘20 da Ferenc Molnàr (lo scrittore ungherese dei “Ragazzi della via Pàl”)<br>² Del nome del protagonista, non a caso, sappiamo solo le iniziali.</em></p>
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		<title>A fruit cake. Amori difficili e improbabili felicità: un&#8217;idea sul (e dal) cinema di Billy Wilder</title>
		<link>https://www.enricopizzuti.it/2018/11/18/a-fruit-cake-amori-difficili-cinema-billy-wilder/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sandro Battel]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Nov 2018 13:38:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Audrey Young]]></category>
		<category><![CDATA[billy wilder]]></category>
		<category><![CDATA[Jacques Audiard]]></category>
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					<description><![CDATA[Billy Wilder si è sposato due volte. Solo due volte. Poche, ho sempre pensato, per essere un regista di Hollywood. Dopo il primo matrimonio, durato sette anni ma del quale lui dice che era già finito dopo due o tre, la moglie importante è stata ovviamente la seconda, Audrey Young, conosciuta sul set di un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Billy Wilder si è sposato due volte. Solo due volte. Poche, ho sempre pensato, per essere un regista di Hollywood. Dopo il primo matrimonio, durato sette anni ma del quale lui dice che era già finito dopo due o tre, la moglie importante è stata ovviamente la seconda, Audrey Young, conosciuta sul set di un film dove lei, cantante, faceva la parte di una guardarobiera. Lui dice che si è innamorato di lei vedendo entrare nel campo della macchina da presa il suo braccio che porgeva un cappello a Ray Milland in <em>Lost Weekend</em> (<em>Giorni perduti</em>, 1945). Si è innamorato del braccio, dice.</p>
<p><span id="more-439"></span></p>
<p>In realtà è passato qualche anno prima che si conoscessero meglio. In quel periodo lei doveva andare in tournée con un’orchestra. È partita, ma dopo qualche giorno lo ha chiamato chiedendogli 200 dollari per tornare indietro, e lui glieli ha mandati. Dopo meno di due mesi erano sposati e lo sono rimasti. Era il 1949(1). Sono rimasti insieme per 53 anni, fino a quando lui è morto, nel 2002. Lei era nata nel 1922, tra di loro c’erano 16 anni di differenza. Lei è morta nel giugno 2012 a Los Angeles.</p>
<p>Lui dice che è stato un grande amore, che dopo cinque anni era ancora innamorato come il primo giorno, che lei era “perfetta all’80%”. Mi fa sempre un po’ di impressione quando qualcuno dice queste cose, specialmente se è uno come lui, straordinario per intelligenza e senso dell’umorismo. Si ha la tentazione di crederci e insieme il dubbio che queste dichiarazioni pubbliche nascondano sacche più o meno grandi di sofferenze e infelicità, che non sono mai da una parte sola. Ma non si sa.</p>
<p>Difficile dire se possa essere una verifica seria ma, se si guarda quello che lui racconta dell’amore nei suoi film, vengono da pensare parecchie cose. Prendo quattro tra i più famosi e tra i miei preferiti, limitandomi alle commedie in cui il lieto fine è obbligato e, anche dati i tempi, sono banditi l’amarezza e il cinismo, almeno in forma troppo esplicita e definitiva e in dosi eccessive: si tratta di <em>Sabrina</em> (<em>Sabrina,</em> 1954), <em>L’appartamento</em> (<em>The Apartment</em>, 1960), <em>Uno, due, tre!</em> (<em>One, Two, Three!</em>, 1961), e <em>Baciami stupido</em> (<em>Kiss Me, Stupid</em>, 1964). In tutti e quattro i casi c’è l’amore di mezzo, anche se non sempre è proprio il tema centrale. In tutti e quattro i casi la sopravvivenza dell’amore è il risultato di una dura lotta contro circostanze avverse di calibro differente.</p>
<p>Non entro nel merito della trama, non solo per non rovinare un eventuale tentativo di vedere i film, ma anche perchè non è necessario. Mi basta dire che comunque, perchè l’amore resista e rimanga vivo, i protagonisti, uomini e donne, sono sempre costretti a trasformazioni impegnative, a compromessi che toccano in profondità l’immagine che avevano di sé, con una contorsione esistenziale che minaccia di spezzarli ma di fronte alla quale si rendono elastici abbastanza da lasciarsi piegare senza morire. E la nuova forma, alla quale si adattano, alla fine si rivela una possibilità di vita che apre prospettive prima certamente insospettate, ma che diventano praticabili dopo che si è stati costretti (o portati) dalla situazione ad accettare proprio quello che prima si credeva insopportabile per ragioni profonde, dopo aver attraversato una specie di piccolo inferno passando per il quale ci si sente cambiati nella sostanza.</p>
<p>E quando ci si guarda indietro, dopo che se ne è usciti, quell’inferno non sembra poi così spaventoso alla luce della vita che si ha e dell’amore che si gode. Anche se a un certo punto della storia si pensa di aver toccato qualche fondo irrimediabile di meschinità o umiliazione, poi invece il rimedio si trova e la vita riaffiora e l’amore, ammaccato, malconcio, ma tutto sommato quasi intero, sta lì e cammina, senza trionfare ma anche senza portarsi dietro, sembra, rimpianti pesanti abbastanza da schiacciarlo un po’ alla volta.</p>
<p>Dunque si può passare oltre. Dimenticare, diciamo. C.C. Baxter, il protagonista di <em>L’appartamento</em>, spiega a miss Kubelik, che ancora non lo ama, come si è sparato al ginocchio tentando di suicidarsi per amore: era in macchina al parco e cercava il coraggio di farla finita. Ma era in divieto di sosta e, quando si è avvicinato un agente, ha cercato di nascondere la pistola sotto la gamba e gli è partito un colpo. Il ginocchio ci ha messo un anno a guarire – spiega – ma la ragazza l’ha dimenticata in tre settimane. A parte la torta di frutta che lei, per senso di colpa o per ricordo o per altro, gli manda tutti gli anni a Natale. E, visto che c’è, lui allora propone a miss Kubelik di dividerla con lui. Una torta di frutta: tanto basta.</p>
<p>Più che Almodovar, che mette in scena volentieri amori estremi, andandosi a cercare le ipotesi su cui lavorare tra le forme più curiose e impensabili di marginalità umana, a me qui viene in mente <strong>Jacques Audiard</strong>, regista francese cattivo ma onesto, che concede poco ma a me sembra davvero capace di toccare il nucleo pietrificato della nostra incapacità di voler bene, combinando coppie del tutto improbabili, fatte di elementi che si direbbero del tutto inadatti a comunicare l’uno con l’altra, tra i quali però, senza intenzione, anche qui con il concorso di forze cosmiche e/o pulsioni insopprimibili, si stabilisce qualcosa di potente e apparentemente solido.</p>
<p>Così si materializzano in modo inatteso amori dalla consistenza minerale, come quello tra l’impiegata sorda e l’ex-carcerato affidato ai servizi sociali di <em>Sulle mie labbra</em> (<em>Sur mes lèvres</em>, 2001), quello tra il picchiatore da sgomberi immobiliari e la pianista cinese che parla solo cinese di <em>Tutti i battiti del mio cuore</em> (<em>De battre mon coeur s’est arreté</em>, 2005), quello tra l’addestratrice di orche mutilata e il campione di uno strano, brutale e illegale genere di lotta in <em>Un sapore di ruggine e ossa</em> (<em>De rouille et d’os</em>, 2012) (2). In mezzo alla solitudine e alla violenza spunta come un fungo questo sentimento irragionevole e tenace: “Non riattaccare. Ti amo”.</p>
<p>La vita è davvero sporca, nel senso che non è mai davvero pulita. Il lavoro, l’amicizia, naturalmente l’amore: non sono cose che si possano aprire e chiudere senza sbavature, senza lasciare residui, con tutto chiarito e senza niente di incompiuto. “Non si può essere maniaci dell’igiene – sembra che ti vengano a dire questi qui – altrimenti non vivi”.</p>
<p>Abbastanza ovvio, tutto sommato, come però è ovvio anche che non c’è un livello di sporcizia e di compromesso che si può considerare a priori accettabile. E che anche se si passa sopra a tutto lo sporco del passato dicendo che è passato e che la vita comincia adesso che ci amiamo, dato che ci amiamo, è proprio per questo che d’ora in poi cercheremo di tenere pulito. Quindi, d’ora in poi, quanto sporco riusciremo ad sopportare che ci sia tra di noi che ci amiamo?</p>
<p>Io non so preparare torte di frutta e non saprei se consigliare di imparare a farlo. Mi piace molto quest’idea incoraggiante che l’amore vero ti permette di passare sopra a tante cose anche brutte restando vero e sopravvivendo miracolosamente. Ma poi io non so cosa succede davvero; non so come vanno a finire queste storie dopo la fine del film.</p>
<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" width="1000" height="635" class="wp-image-441" src="https://www.enricopizzuti.it/wp-content/uploads/2018/11/billy-wilder-audrey-young.jpg" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" srcset="https://www.enricopizzuti.it/wp-content/uploads/2018/11/billy-wilder-audrey-young.jpg 1000w, https://www.enricopizzuti.it/wp-content/uploads/2018/11/billy-wilder-audrey-young-300x191.jpg 300w, https://www.enricopizzuti.it/wp-content/uploads/2018/11/billy-wilder-audrey-young-768x488.jpg 768w" alt="Billy Wilder e Audrey Young" /><figcaption>Billy Wilder e Audrey Young</figcaption></figure>
<p>P.S. Aggiungo che anche sul piano politico potrei definirmi tranquillamente un “wilderiano” ortodosso: “L’appartamento” per me è sempre stato anche un punto di riferimento ideologico. È la parabola del mite C.C. Baxter (Jack Lemmon, meraviglioso americano medio) che vive una condizione umana assimilabile a quella di molti di noi.</p>
<p>Il capitalismo industriale avanzato gli ha assegnato un ruolo del tutto marginale impiegandolo in una grande compagnia e gli ha messo dentro quel po’ di normale ambizione che lo spinge a cercare di fare carriera, non solo lavorando con scrupolo e diligenza ma anche facendo qualche favore sottobanco ai dirigenti dell’azienda, tipo prestare loro il suo bivano al piano rialzato per portarci delle signorine più o meno disinvolte.</p>
<p>Ma Baxter, che è un essere umano, ha anche – come si diceva sopra – dei sentimenti veri, con i quali la sua piccola ambizione entra in conflitto quando scopre che uno dei suoi grandi capi (Fred Mc Murray) porta nel suo appartamento proprio la ragazza di cui è innamorato, l’ascensorista Miss Kubelik (Shirley McLaine con un taglio corto delizioso). Un apologo sulla durezza con cui l’economia di mercato tende quasi fatalmente non a valorizzare ma a schiacciare l’individuo, messa in scena da uno per il quale il comunismo sovietico era una barzelletta triste e grottesca (vedi il suo: “Uno, due, tre!”). E insieme una storia d’amore sottilmente commovente, che, per quanto disseminata delle mille inquietudini che riflettono le nostre, lascia aperta la speranza che, appunto, in amore, sia possibile vincere senza usare mai la forza.</p>
<p>(1) Quasi tutti i dati sono ricavati da <em>Conversazioni con Billy Wilder</em>, la lunga bellissima intervista-libro fotografico fatta a Wilder dal regista Cameron Crowe nel 1998, pubblicata nel ’99 e uscita in Italia presso Adelphi nel 2002<br />
(2) A questo breve elenco degli amori incredibili inventati da Audiard va aggiunto quello e quello tra i due profughi cingalesi accoppiati per forza nell’inferno delle migrazioni del nostro tempo in Dheepan (2015)</p>
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